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Recensione: JUSTIN TIMBERLAKE – “Everything I Thought it Was”

Anche Justin Timberlake è vulnerabile, terreno e pieno di incertezze. La dimostrazione è questo “Everything I Thought it Was”, un disco più che mai carico di aspettative per la sua carriera musicale.

In prima battuta arriva dopo ben 6 anni di assenza, dopo i problemi e la redenzione per le sue colpe passate e soprattutto arriva dopo il non proprio esaltante “Man of the Woods” del 2018.

Una immagine e una reputazione che in qualche modo si era un po’ appannata. I suoi album non arrivano più come una volta e ormai sembra avere abdicato dal trono di re del pop che lo vedeva dominatore incontrastato nel decennio precedente.

Cosa doveva fare Justin per tornare a volare alto?

L’idea è appunto “Everything I Thought It Was”. Un disco lungo, come si usa fare in ambito urban negli ultimi anni. Il disco più lungo di Timberlake fino ad oggi – 18 tracce distribuite in 77 minuti.

Oltre al minutaggio Justin mette in campo un assortimento stellato di collaboratori: Calvin Harris, Cirkut e il suo fidato amico Timbaland.
Una altra svolta è quella di abbandonare l’estetica pop-folk quasi country del precedente disco e riaccendere l’ardore della dance floor e del divertimento (No Angels sembra essere uscita dalla French-touch, così sembra caduto in una disco anni settanta in Infinity Sex ) riempiendo i suoi pezzi di filtraggi e effetti, auto-Tuning della voce, il tutto costruito quasi più in stile cringe piuttosto che in stile sperimentale ( F**kin’ Up The Disco).  Sempre in ambito disco, Justin spinge il falsetto in My Favourite Drug con un botta e risposta di donne e ragazzi che rimanda al suo primo successo Señorita (mancanza di idee???).

Justin gioca in Play con il reef di Fame di Bowie, mentre in episodi come Liar (ft. Fireboy DML) flirta con l’afro beat e con gli archi e le orchestrazioni in una deliziosa Alone.
Gran parte del disco è del buon R&B, morbido, stiloso e vellutato. Perfetto per serate romantiche e flirt vecchio stile.

Ci sono però momenti che non capisco, come lo splafonamento rock di Sanctified (ft. Tobe Nwigwe), mentre il punto più basso arriva con la sdolcinata epopea acustica di Paradise il brano con la sua vecchia boyband ‘NSync. Una operazione nostalgia fine a se stessa.

Un disco di transizione, normale, con qualche buon episodio ma senza dubbio troppo lungo.
Poteva essere tranquillamente di dieci canzoni. Diciotto sono tracotanza artistica e forse anche inutili per il progetto e per la sua definitiva redenzione.

SCORE TRACCIA PER TRACCIA : Voto 6,50

1.       Memphis – Voto 7,00
2.       F**kin’ Up The Disco – Voto 6,75
3.       No Angels – Voto 6,75
4.       Play – Voto 6,50
5.       Technicolor – Voto 7,00
6.       Drown – Voto 6,00
7.       Liar (ft. Fireboy DML) – Voto 6,50
8.       Infinity Sex – Voto 6,50
9.       Love & War – Voto 6,00
10.    Sanctified (ft. Tobe Nwigwe) – Voto 5,50
11.    My Favourite Drug – Voto 6,00
12.    Flame – Voto 6,25
13.    Imagination – Voto 6,25
14.    What Lovers Do – Voto 6,50
15.    Selfish -Voto 6,50
16.    Alone Voto 7,00
17.    Paradise (ft. *NSYNC) Voto 5,00
18.    Conditions – Voto 6,25

I VOTI DEGLI ALTRI 

The Guardian: 6,00
Nme: 6,00
Rolling Stone: 5,00
The Indipendent: 4,00

DA ASCOLTARE SUBITO

Memphis – Technicolor – Alone

DA SKIPPARE SUBITO 

Il disco è troppo lungo. Un ascolto per intero basta poi tanti skip…

TRACKLIST

DISCOGRAFIA 

2002 – Justified
2006 – FutureSex/LoveSounds
2013 – The 20/20 Experience
2013 – The 20/20 Experience 2 of 2
2018 – Man of the Woods
2024 – Everything I Thought It Was

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