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Korg Oasys by MeX

di Michele Di Mauro

Korg a metà degli anni Duemila è riuscita a creare una workstation da cortina di ferro tra chi è rimasto ammirato dal fascino setoso della texture audio e chi ne ha crocifisso l’idea di tecnologia già datata dal packaging fuorviante.
Il mio pensiero è che la verità, come spesso accade, stia nel mezzo. E così la virtù (niente brocardo latino, oggi).
Forma e chassis sono derivati dai progetti acquisiti dagli Alleati al termine del conflitto mondiale, diretti figli di un panzer tedesco, la tecnologia prende a piene mani dai progetti già consolidati della casa giapponese.
L’ampiezza dello spettro sonoro dei preset è elevata, Enzo ci vede giusto, l’occhio clinico lo cela sotto il fare pacifico (ed il cappello che inneggia alla pigrizia), in effetti nella libreria della Oasys molti elementi parlano di magia, aprono scenari senza dover perdersi in grandi ricerche. Questo è certamente un punto a favore, a patto che si ricerchi un mood da discografia di Whitney Houston e non sonorità secche e spigolose.
Appare chiaro che le nuances timbriche offerte dalla tastiera sono notevoli, le note vengono fuori sempre morbide, mai aspre, ed è forse in questo che si rinviene il centro del tavolo dove si finì la mela della discordia.
La mancanza di una particolare e forse estrema fedeltà sonora, se da un lato può costituire una carenza, dall’altro rende i suoni più amalgamabili tra loro, portando ad armonie davvero interessanti. La raffinatezza su cui l’amico MeX induce a riflettere, rappresenta quel punto mediano che dà senso alla Korg in prova.
Diciamolo, quelle atmosfere patinate da caffè viennese durante una nevicata non si ricreano con qualunque scatola dai tasti bianchi e tasti neri!
C’è anche spazio per un momento futurista, lì dove il krautrock incontra gli Art of Noise in un girone dantesco di suoni da colonna sonora di un film post-apocalittico degli anni fine Ottanta. Cosa dimostra questo, se non che nella Oasys è presente tutto quel che occorre per fare musica, per confezionare trame sonore e creare contesti, all’interno di un mezzo dall’architettura ben strutturata?
Ebbene, pure in costanza della ovvia obiezione che tutto questo è datato e sconta lo scorrere del tempo, può trarsi la conclusione che ad oggi lo strumento possa ancora dire qualcosa, emozionare.
Chiudo con una promessa: se il Nostro ne è ancora in possesso, fotograferò l’accrocchio con il monitor invaligiato e tenuto attaccato col velcro.

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